chiudiclose

home page>magazine>tutti i servizi>Piccole e Medie Imprese: quando la resilienza salva l’economia

SEGUI JOBONLINE

prova





Ricevi la newsletter con articoli, annunci di lavoro e informazioni utili alla tua carriera

Impresa

Piccole e Medie Imprese: quando la resilienza salva l’economia

I risultati dello studio globale che ha coinvolto tremila piccole e medie imprese in cinque grandi città europee: Londra, Francoforte, Madrid, Milano e Parigi.
Immagine articolo: Piccole e Medie Imprese: quando la resilienza salva l’economia

Presentati a Milano lo scorso 14 ottobre i risultati per il biennio 2018/19 del progetto di ricerca Building Better Business Resilience realizzato con il sostegno di JPMorgan Chase Foundation e coordinato dall’Enterprise Research Center nel Regno Unito.

Resilienti si diventa

Quanto vale in termini di sviluppo e sopravvivenza la resilienza in una azienda? Il progetto di ricerca ha l’obiettivo di indagare la resilienza delle PMI con particolare attenzione a quelle localizzate in territori o aree periferiche, o con limitate dotazioni infrastrutturali, e a quelle fondate e gestite da persone in situazioni di svantaggio legate al genere o alla nazionalità di origine.

Il report per l’Italia è redatto dal gruppo di ricerca del Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali “M. Fanno” dell’Università di Padova e studia la resilienza delle PMI della Città Metropolitana di Milano.

Ma che cosa si intende per resilienza di una azienda?

Spiega il prof. Diego Campagnolo, tra gli autori della ricerca e docente di Organizzazione aziendale e Strategie d’impresa all’Università di Padova:


«Le piccole e medie imprese (PMI) rappresentano il 99% delle imprese presenti in Europa e garantiscono circa il 70% dell’occupazione. La capacità delle PMI di adattarsi e crescere, in caso di crisi interne o esterne all’impresa, è espressione della loro resilienza. La resilienza delle PMI è quindi fondamentale per la crescita economica e competitiva di un Paese.»


Per la prof.ssa Martina Gianecchini, docente di Gestione delle risorse umane e Comportamento organizzativo dell’Università di Padova e co-autrice dello studio:


«Le imprese guidate da donne sono più resilienti, più performanti e più attente ai temi della sostenibilità. La ricerca conferma che la resilienza è una virtù femminile anche tra chi fa impresa. Per la maggioranza delle persone intervistate, il principale obiettivo dell’impresa è “consolidare l’attività” (50,8%). Per le imprenditrici, tuttavia, gioca un ruolo chiave anche l’obiettivo di -migliorare la sostenibilità sociale e ambientale- (32,8%)».


Paolo Gubitta, ordinario di Organizzazione aziendale e Imprenditorialità all’Università di Padova sostiene invece che


«Dobbiamo Imparare dalle Imprese Resilienti. Questa ricerca dimostra che esistono molte strade che portano alla resilienza. Ci si può preparare costruendo una rete relazionale di carattere sia professionale che personale, oppure si possono mettere in campo risorse e soluzioni per reagire il più rapidamente possibile alle difficoltà incontrate. Alcuni imprenditori e imprenditrici sono per natura più pronti degli altri, anche se la resilienza organizzativa può essere appresa e sviluppata. Istituzioni e policy maker dovrebbero sviluppare strumenti e politiche segmentate per supportare la resilienza delle PMI localizzate in aree periferiche o guidate da persone in situazione di svantaggio.»

Campione e metodologia

La ricerca, condotta attraverso interviste telefoniche (CATI - Computer Assisted Telephone Interview) nel periodo febbraio-marzo 2019, ha coinvolto 600 titolari di PMI (305 imprenditori e 295 imprenditrici), con un numero di collaboratori compreso tra 3 e 99.  Le imprese sono localizzate in 100 dei 136 Comuni della Città Metropolitana di Milano segmentati in base al reddito medio pro capite.

In tutti i Paesi europei coinvolti nella ricerca, il campione è stato diviso in due gruppi:  

  • Imprese di italiani e stranieri stabilizzati
  • Imprese di migranti, che comprende imprenditori e imprenditrici provenienti dall’Asia e dall’Africa

Lo studio ha dimostrato come, ad esempio, le imprese di italiani e stranieri stabilizzati siano più consapevoli delle crisi. Quasi un terzo (29%) delle imprese di italiani e stranieri stabilizzati dichiara di aver affrontato una crisi negli ultimi 5 anni. Tra queste si può osservare che la crisi ha colpito principalmente le imprese gestite dalle donne (55,7%) rispetto a quelle gestite da uomini (44,3%).

Invece, tra le imprese di migranti, solo il 4% dichiara di avere subito una crisi negli ultimi 5 anni. Questa differenza può essere spiegata in un duplice modo: la maggiore conoscenza del contesto economico e istituzionale rende italiani e stranieri stabilizzati più capaci di distinguere i normali “alti e bassi” del business dalle reali situazioni di crisi; giocano però d’altro canto un ruolo anche le aspettative. Non è inusuale che le persone migranti facciano impresa “per necessità” e che, quindi, abbiano aspettative minori rispetto a italiani e stranieri stabilizzati.

Cosa accade alle imprese dei migranti?

Queste imprese sono resilienti per natura, ma potrebbero fare molto di più. I migranti si dimostrano leggermente più resilienti (32,9) di italiani e stranieri stabilizzati (31,7 seguendo la scala 0-40 di Connor e Davidson). L’obiettivo di “consolidare l’attività” è il principale motore che spinge sia le imprese di migranti (49,7%) sia quelle di italiani e stranieri stabilizzati (51,7%), ma tra i due segmenti ci sono differenze sostanziali su come si pongono di fronte ai rischi aziendali.

Le persone migranti che fanno impresa percepiscono la presenza di minacce (interne ed esterne) per il business (93,2%) con livelli equiparabili a quelli di italiani e stranieri stabilizzati (93,4%), ma solo un terzo dei primi (35,4%) è in grado di formulare piani per affrontare le minacce, a fronte della metà dei secondi (52,9%). È un segnale di potenziale debolezza, che suggerisce l’avvio di azioni formative a policy maker, rappresentanze datoriali e associazioni al servizio di migranti.

Il mercato mettere a dura prova la resilienza

Il fattore che più di altri mette in crisi chi fa impresa è il mercato. La perdita di clienti e il cambiamento di bisogni e abitudini d’acquisto sono la prima causa di crisi per quasi un terzo (31,6%) del campione complessivo.

Scavando nel dato, però, emerge una certa polarizzazione tra le aree della Città Metropolitana di Milano. Nei Comuni a reddito basso, il cambiamento dei gusti e delle preferenze dei clienti (clienti infedeli e volubili) è al vertice delle cause di crisi, tanto da essere indicata dal 43,8% delle imprese, seguita a notevole distanza da scioperi e iniziative di associazioni e movimenti (21,9%).

Il ranking delle cause di crisi è opposto a quello che si rileva nei Comuni a reddito medio, dove il cambiamento dei gusti e delle preferenze del mercato è indicata solo dal 20,3% e rappresenta la seconda causa di crisi dietro a scioperi e iniziative di associazioni e movimenti (27,5%).

Anche la segmentazione per origine riserva qualche sorpresa: il cambiamento dei gusti e delle preferenze del mercato è la principale causa di crisi per le imprese guidate da italiani e stranieri stabilizzati (33,1%), mentre per le imprese di migranti al primo posto ci sono le incertezze generate da scioperi e iniziative di associazioni e movimenti (33,3%). Non è da escludere che ciò dipenda anche da persistenti situazioni di stigmatizzazione e ostracismo nei confronti dei migranti.

Le risorse che “fanno la resilienza”

Si dice spesso che ci si può allenare per la resilienza e, quindi, si può diventare più resilienti. Ma con quali risorse o azioni si fa la resilienza? La ricerca indica che esistono due poli.

Quando lo shock dipende da decisioni o comportamenti di “clienti e fornitori”, per affrontarlo si fa ricorso nella maggior parte dei casi alle risorse finanziarie (72,4%). Tuttavia, di fronte a questo tipo di crisi si rivela più efficace la riduzione degli organici (secondo il 77,3% degli intervistati che ha adottato questa misura).

Quando invece lo shock è legato a cambiamenti della tecnologia o del quadro amministrativo e normativo, il metodo più adottato e più efficace è lo sviluppo di un piano di risposta alla crisi (83,3%).

 

 

31 ottobre 2019